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Osteria n. 8 / 1: Luciano Caniato e Paolo Lanaro

Il primo dei quattro incontri della rassegna di poesia contemporanea “Osteria n. 8” vede protagonisti due maestri di quell’arte della parola e dell’emozione che può essere la poesia: lo scledense (ma vicentino d’adozione) Paolo Lanaro; il polesano, ma cresciuto e vissuto a Conegliano, Luciano Caniato.

Lanaro e Caniato, pressoché coetanei (sono nati rispettivamente nel 1948 e nel 1946), hanno esordito negli stessi anni (1981 e 1980), hanno pubblicato entrambi raccolte di poesia e scritti d’altra natura (Lanaro saggi e prose narrative, Caniato studi storici e letterari) e hanno libri recenti da cui leggere: per Paolo Lanaro, la Rubrica degli inverni (Marcos y Marcos, 2016) che è stata finalista in questo mese al Premio Viareggio, per Luciano Caniato L’ombra della cosa, una raccolta di sonetti amorosi in assenza appena uscita per le edizioni de Il Ponte del Sale di Rovigo.

La doppia lettura, introdotta da Stefano Strazzabosco, viene ospitata dall’Osteria del Cane Barbino di Anna Indri Raselli domenica 1 ottobre alle 18.00.

L’ingresso è libero fino a esaurimento dei posti disponibili e con consumazione (piacevolmente: siamo in un’osteria) obbligatoria.

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PAOLO LANARO è nato a Schio nel 1948 e vive a Vicenza. Ha insegnato nelle scuole superiori. Ha pubblicato le raccolte di versi: L’anno del secco (Savelli, 1981); Il lavoro della malinconia (La Locusta, 1989); Luce del pomeriggio e altre poesie (Scheiwiller, 1997); Giorni abitati (Ripostes, 2002); Diario con la lampada accesa (Edizioni del Bradipo, 2005); Poesie dalla scala C (L’Obliquo, Brescia, 2011; finalista al Premio Viareggio 2011, al Premio Diego Valeri 2012 e vincitrice del premio Contini Bonacossi 2012). La sua raccolta più recente è Rubrica degli inverni (Marcos y Marcos, 2017; finalista al Premio Viareggio 2017).
Ha curato l’antologia Forme del mistico (La Locusta, 1988) e nel 2007 ha dato alle stampe In tondo e in corsivo, un´antologia di saggi e interventi critici su scrittori veneti del Novecento. Nel 2014 è uscito un suo romanzo a sfondo autobiografico, Una tazza di polvere, e nel 2015 La città delle parole, una storia della Vicenza letteraria attraverso le vicende dei suoi scrittori più famosi. Con i poeti Fernando Bandini e Giorgio Faggin ha pubblicato Corrispondenze (2013), una raccolta di traduzioni.

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LUCIANO CANIATO è nato a Pontecchio Polesine (Rovigo) nel 1946 e risiede a Conegliano (Treviso), dove ha concluso la propria carriera di docente insegnando in un istituto superiore. Ha esordito in poesia con E maledetto il frutto, Bertani, Verona 1980, cui sono seguiti: Nevi, El Levante por el Poniente, Conegliano 1986, Pensierimi, El Levante por el Poniente, Conegliano 1990, La siora nostra morte corporale, Campanotto, Udine 1992, Di memoria e di pietà, Città di Vittorio Veneto 1998, Cardiodramma, Diastema, Treviso 1999, L’anima sui cop, Diastema, Treviso 2001, Medajun et alia, Marsilio, Venezia 2002, Maliborghi, Il Ponte del Sale, Rovigo 2010, L’ombra della cosa, Il Ponte del Sale, 2017. In campo critico ha pubblicato: La ragione e il disgusto (sulla poesia di Nelo Risi), Antenna Cinema, Conegliano 1989; Terra, lingua, origine in “Filò” di Andrea Zanzotto, El Levante por el Poniente, Conegliano 1991; Il potere l’urlo, l’erta strada, El Levante por el Poniente, Conegliano 1994 (in collaborazione con L. Cecchinel e M. Munaro); L’occhio midriatico. L’interpoesia di Cesare Ruffato da “Parola bambola” a “Diaboleria”, Longo, Ravenna 1995. Ne La bella scola. La Comedia di Dante letta dai poeti e illustrata, ha commentato il canto III dell’inferno (2003) ed è presente in Da Rimbaud a Rimbaud (2004). Ha curato l’Antologia dei grandi scrittori polesani, Biblioteca dell’Immagine, Pordenone 2011 e con Marco Munaro l’edizione critica: Gino Piva, Cante d’Àdese e Po e Bi-Ba-Ri-Bo’ (2016). È incluso nel volume In un gorgo di fedeltà. Dialoghi con venti poeti italiani (2006) a cura di Maurizio Casagrande e autore di numerosi saggi storici. Dirige dal 1977 la rivista Storiadentro.

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si può visitare la mostra

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SOTTO TORCHIO

le carte di dire poesia

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con orario 10.30 – 13.00 e 15.00 – 19.00, da martedì a domenica.

Le carte sono esposte a Casa Cogollo (corso Palladio 165, Vicenza).

Vale la pena passare a vederle; e vale la pena leggere l’articolo che Giovanna Grossato ha dedicato all’esposizione per “Il Giornale di Vicenza”.

Volendo, si può infine dedicare un pensiero affettuoso ai torchi, ai torchianti e ai torchiati di questi quattro anni di poesia a Vicenza (2008-2012). Prosit!

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Non è chiaro.

Lo chiederemo a George Elliott Clarke, oggi alle ore 18.00, al Ridotto del Teatro Comunale di Vicenza (ingresso libero): con Marco Fazzini (Università di Venezia), l’attore Michele Silvestrin e i chitarristi Bruno Censori e Gionni Di Clemente, per il secondo incontro di Dire poesia 2012.

In distribuzione anche i fogli stampati all’Officina dai torchi a caratteri mobili di Giovanni Turria, con l’inedito di Clarke (nei bar del centro sono disponibili i cartigli per il vino rosso, il prosecco o il caffè – chiedere lumi a Clarke).

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Oggi “Il Giornale di Vicenza” ha pubblicato una parte delle domande che Fabio Giaretta ha rivolto a Yang Lian la sera del 10 maggio, dopo la sua lettura a Palazzo Chiericati. Come al solito, per concessione dell’autore e per comodità dei lettori, riportiamo l’intervista anche qui:

Se volessimo giudicare lo stato di salute della poesia dall’afflusso di pubblico a Dire poesia 2010, la diagnosi apparirebbe chiara: essa mostra senz’altro una grande vitalità. Anche Yang Lian, ospite di lusso dell’appuntamento che ha chiuso a Palazzo Chiericati questa interessante rassegna poetica, si è visibilmente stupito di trovare davanti a sé una sala gremita di gente. “Ho quasi la sensazione – ha esclamato – che Londra e Pechino siano delle città così piccole…” Ed ha poi continuato: “Se sono qui è per provarvi che la tradizione della poesia cinese è ancora viva”.
Dopo l’esauriente presentazione di Marta Nori, insegnante di cinese al liceo Pigafetta, Yang Lian ha letto in cinese diverse sue poesie, tra cui La tomba dei saggi, un inedito stampato per l’occasione da L’Officina arte contemporanea, che sono poi state recitate in italiano dalle intense Martina Pittarello e Valentina Brusaferro.
Alla fine dell’incontro, abbiamo intervistato Yang Lian con la preziosa collaborazione, in veste di interprete, di Marta Nori che ringraziamo.

È vero che uno degli eventi che l’ha spinta a scrivere poesie è stata la morte di sua madre?
È vero. Mia madre è morta nel 1976. Io ero nelle campagne cinesi per la rieducazione a cui erano sottoposti tutti gli intellettuali. Prima della sua morte avevo scritto qualcosa, ma era tutto un po’ romantico e semplice, non avevo capito che la poesia nasceva dalla parte più profonda di me. Dopo la sua morte in me si è creata una sensazione di vuoto, anche perché ero solo, non c’era nessuno vicino con cui potessi sfogarmi. La poesia è diventata così l’unico modo di esprimermi, non solo per me, ma in qualche modo anche per parlare a mia madre. Quest’ultima sensazione segretamente è sempre con me. Mia madre ha fatto iniziare la mia carriera di poeta, però non ha mai letto niente di quello che ho scritto.

Lei e molti altri nuovi poeti cinesi siete stati accusati di praticare una poesia “menglong”, cioè oscura. Come mai vi venne data questa etichetta denigratoria?
Prima di tutto per me poesia oscura non è un nome corretto ed è nato perché la gente voleva criticarci in quanto non riusciva a capire quello che volevamo dire. Dal mio punto di vista la poesia oscura è stato il primo momento in cui abbiamo iniziato a ripulire la lingua dopo la rivoluzione culturale. Ci siamo sbarazzati di tutti quei paroloni come socialismo, comunismo, e siamo tornati un po’ alla volta alla lingua tradizionale o alla tradizione della lingua. Abbiamo parlato di morte, di vita, di sole, di luna, di dolore, però in un modo moderno, per esprimere i nostri sentimenti. Quindi siamo andati incontro alla lingua tradizionale per esprimere però una situazione attuale. Abbiamo espresso i nostri sentimenti nella nostra propria lingua, cioè nella lingua individuale di ciascuno di noi, quindi molto diversa da quella lingua di propaganda che aveva caratterizzato la Cina.

Qual è il suo rapporto con la poesia cinese classica?
Io scrivo in cinese, una lingua che è cambiata moltissimo. Amo la poesia classica cinese ma non c’è modo di copiarla. Quello che posso fare è pormi delle domande e porre delle domande anche alla lingua, le più profonde possibili. Quindi, da un punto di vista filosofico, la mia poesia serve ad esprimere la situazione dell’uomo. La poesia ha a che fare con la nostra vita. Anche se scrivo questa poesia, chiamiamola moderna, gli antichi poeti classici sono sempre dietro di me e mi guardano. Quando compongo una poesia devo anche chiedermi cosa penserebbero loro. Direi che la mia poesia è come una domanda moderna per rispondere alla quale devo raccogliere elementi da ogni direzione per essere creativo.

Il verso finale della poesia 1989 dedicata al massacro di Tian’an Men recita: “Questo senza dubbio è un anno perfettamente ordinario”. È uno strano verso considerando la portata dell’evento…
Quando accadde il massacro di piazza Tian’an Men tutti eravamo scioccati e increduli. Allora mi è sorta questa domanda: Dov’è la nostra memoria per tutti i morti che ci sono stati prima di questo evento, tutti i morti per esempio della rivoluzione culturale? Sembrava che fosse la prima volta che vedevamo dei morti. Se le nostre lacrime servono solo per lavarci la memoria, allora chi è che può garantire che non succeda un’altra Tian’an Men?

In Omaggio alla poesia lei scrive: “Sono un poeta / se voglio che la rosa sbocci sboccerà / la libertà tornerà”. Da questi versi emerge una grande fiducia nella poesia…
Quando ho scritto questa poesia ero molto giovane, quindi è un po’ romantica. Però a distanza di trent’anni la mia fede nella poesia è diventata più profonda e più forte. Penso che questo mondo globale stia diventando una globalità di cinismo e di egoismo in cui domina l’unione del potere e dei soldi globali. Anche se la poesia non viene rifiutata da questo potere e da questi soldi, tuttavia è la poesia a rifiutare loro. La poesia è la libertà del pensiero e della parola. La poesia è il luogo in cui possiamo opporre la nostra resistenza etica.

di Fabio Giaretta

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Yang Lian è arrivato a Vicenza e oggi sarà regolarmente a Palazzo Chiericati.
Questo è l’ultimo appuntamento di Dire poesia 2010, ma nel blog pubblicheremo altri articoli e foto, e riceveremo volentieri i commenti di chi ci ha seguito dal 21 marzo a oggi.
Grazie a tutti, a presto.

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哲人之墟

他们可能只不过在谈论山羊
缓缓嗍一口茶 浓了暮色
连成一片的松针上漂着月亮

松香味儿的大树稳稳撑着
四合的山影 泼掉一日鸟声
一张青石凳反锁游客

谛听中 他们被口音剔净 
一只瓷茶杯沉淀如玉的远方
轻轻放下时仍温润而透明

La tomba dei saggi

Non possono far altro che discutere di capre
lentamente sorseggiano un the – si addensa il crepuscolo
persino su uno strato di aghi di pino oscilla la luna

l’albero che profuma di pino solido si sostiene
l’ombra dei monti circostanti – diffonde il cinguettio del giorno
una panca di pietra verde rinchiude il viaggiatore

nell’ascolto attento – a loro viene tolto l’accento
una tazza di porcellana raddensa la lontananza come giada
quando leggera si appoggia è ancora tiepida e trasparente

di YANG LIAN
(inedito in Italia. Traduzione di Claudia Pozzana)

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Io sono sempre stata come sono
anche quando non ero come sono
e non saprà nessuno come sono
perché non sono solo come sono.

Ecco il testo che Patrizia Valduga ci ha inviato perché lo stampiamo sui nostri fogli (obbediamo volentieri).
Come al solito, le persone che verranno alla lettura di domani, venerdì 7 maggio (Palazzo Leoni Montanari, ore 18.00) potranno prendere gratuitamente la plaquette impressa all’Officina.

p.s. contrariamente a quanto pubblicato oggi sul Giornale di Vicenza, l’incontro con Patrizia Valduga non è l’ultimo della rassegna Dire poesia: lunedì 10 maggio (Palazzo Chiericati, ore 18.00) arriverà in città Yang Lian, recuperando così l’appuntamento del 22 aprile, quando la vulcanizzazione aveva impedito la partenza da Londra dell’illustre poeta cinese.
La rassegna, dunque, si concluderà lunedì 10 maggio con Yang Lian.

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