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“Il Giornale di Vicenza” di ieri, martedì 19 aprile, ha pubblicato questa bella intervista al poeta Adam Zagajewski:  http://www.ilgiornaledivicenza.it/stories/Cultura_e_Spettacoli/245271__sotto_la_dittatura_comunista_la_poesia_dava_senso_di_libert/.

La pubblichiamo anche qui per gentile concessione di Fabio Giaretta.

Intervista ad Adam Zagajewski

di Fabio Giaretta

Per Adam Zagajewski i versi vengono da un altro mondo, difficile da definire, e inseguono la pienezza dell’essere. «Essi – ha raccontato il poeta polacco nel corso del quinto appuntamento di “Dire poesia”, tenutosi all’Odeo del Teatro Olimpico, – nascono dall’osservazione e dall’immaginazione. Questo è l’unico momento in cui ciò che è reale si unisce all’immaginazione. Credo che i versi provengano anche dall’infanzia. Scrivere poesie significa essere fedeli alla propria infanzia. Questo non vuol dire che noi non dobbiamo essere maturi, però possiamo essere maturi e bambini allo stesso tempo.  Un famoso filosofo ha detto che la bellezza è la pienezza dell’essere. Io credo che non riuscirò mai a raggiungerla, ma è qualcosa a cui tendo, è qualcosa che viene dal giorno, dalla notte, dall’immaginazione, dall’osservazione».

Zagajewski, poeta ancora poco noto in Italia, ma considerato una voce di assoluto rilievo a livello mondiale, oltre ad avere parlato a lungo delle sue opere dialogando con Stefano Strazzabosco, ha letto diverse sue poesie tratte per lo più da una recentissima raccolta, pubblicata dalle Edizioni del Leone e intitolata La ragazzina di Vermeer (pagg. 40, euro 6). Poesie che, come ha scritto Derek Walcott, “ti entrano dentro piano e piano” e che hanno conquistato il pubblico.

Alla fine dell’incontro abbiamo rivolto alcune domande ad Adam Zagajewski, con la preziosa collaborazione in veste di interprete di Silvia Calamati, che ringraziamo.

Quando e perché ha iniziato a scrivere poesie?

Quando avevo dieci, dodici anni, adoravo leggere. Penso che i libri siano la cosa più bella del mondo. Ho deciso che sarei diventato un romanziere. Però quando sono cresciuto e ho cercato di scrivere romanzi non mi riuscivano molto bene. Così ho deciso di cominciare a scrivere poesia e non c’era modo migliore per esprimere me stesso se non attraverso la poesia.

Quale funzione può avere oggi la poesia?

Nella società totalitaria e sotto il comunismo, la poesia ha giocato un ruolo molto importante. Ha dato alla gente un senso di libertà. Ad esempio, in Polonia, questo è successo negli anni Ottanta, quando avevamo le leggi marziali. Oggi è completamente differente. Adesso la poesia ha assunto un ruolo individuale per le persone. È come guardare un quadro o ascoltare Bach. Però ti fa sentire molto più umano.

La storia è un elemento molto importante nelle sue opere.  Quale rapporto c’è tra la poesia e la storia?

Non è una relazione amichevole, c’è un rapporto di antagonismo. I poeti tendono a parlare di sé in un linguaggio molto individuale, però ci sono dei momenti della storia in cui è molto difficile non prestare attenzione ai fatti storici.

Io ho vissuto a Gliwice, in Slesia, che è ad un’ora di distanza da Auschwitz. La città dove sono cresciuto era una sorta di succursale di Auschwitz. Non potevo ignorare una cosa del genere. Però scrivere poesie serve a liberarti. C’è qualcosa di storico nella poesia, perché questa è il movimento dell’anima e quando tu combini storia e poesia, permetti di trovare alla storia un modo più semplice per sopravvivere.

Lei è nato a Leopoli, città un tempo polacca, oggi in Ucraina, nel 1945, ma vi ha trascorso soltanto i primi quattro mesi della sua vita. Questo luogo però ha assunto un ruolo centrale nella sua opera…

Ho vissuto a Leopoli solo quattro mesi per cui non ho nessun ricordo di questa città. Però, dopo che la mia famiglia è stata espulsa e ci siamo trasferiti altrove, i miei famigliari parlavano sempre di Leopoli ricordandola come un posto bellissimo. Credo che tutti abbiamo un po’ l’idea di un’età dell’oro, di un tempo, di un luogo in cui tutto era paradiso. Buona parte della mia opera parla di questo sogno che non c’è più. Quella che per la mia famiglia è stata una terribile perdita, per me è stato un enorme dono: una città si è trasformata in un sogno. Leopoli è per me come Atlantide. Atlantide era un luogo bellissimo perché non è mai esistito.

Una delle poesie che ha letto, Una mattinata a Vicenza, dedicata a Brodskij e a Kieslowski, è ambientata a Vicenza. Può raccontarci com’è nato questo testo?

Questa poesia ha una genesi molto precisa. È stato nel giugno del 1997. Penso che fosse il mio compleanno, il 21 giugno, il giorno più lungo dell’anno. Io ero a Venezia dal giorno prima, e il grande poeta russo Brodskij era stato sepolto la seconda volta. Due volte perché era morto nel gennaio del 1996, ma la moglie aveva deciso di spostare i suoi resti nell’isola di San Michele, perché Brodskij amava profondamente Venezia. Riuscì a portare la salma nell’isola di San Michele nel giugno del 1996. Il giorno successivo a questo secondo funerale, insieme a mia moglie, sono venuto a Vicenza. Era una bellissima giornata di sole e per me è stato un fortissimo contrasto tra l’enorme sofferenza che avevo dentro e la bellezza della giornata. La poesia racconta questo contrasto. Per quanto riguarda Kieslowski, il famoso regista del Decalogo, era un mio amico ed è morto nello stesso anno.

Che ricordo ha di Kieslowski?

L’ho conosciuto cinque anni prima che morisse. Gli volevo molto bene. C’era un’incredibile onestà in lui. Quando l’ho conosciuto era famosissimo, ma questo non lo interessava. Era una persona bellissima, molto modesta. Era un uomo che si faceva tante domande, voleva sapere. Ogni suo film è come un microscopio puntato sull’animo.

Alcuni critici hanno detto che la sua poesia insegue la metafisica della vita quotidiana. Si riconosce in questa definizione?

Da un certo punto di vista sono d’accordo. Io sono interessato alle cose che appartengono alla vita quotidiana. Però in mezzo a queste cose ci sono sempre dei momenti che trascendono le cose semplici di tutti i giorni. A me interessa questo rapporto tra qualcosa che è ordinario e che nello stesso tempo può diventare straordinario.

Un verso della sua poesia “The voice” dice: “Quello che canto, è quello che non parla”. Cosa intendeva dire?

La musica nella poesia nasce dal silenzio, però è un silenzio ricco, che parla.

Lei ha affermato che “La poesia cresce sul contrasto ma non lo supera”. In che senso?

Perché la poesia non è la dialettica di Hegel: tesi, antitesi, sintesi. Le contraddizioni rimangono. Non solo la poesia, ma ogni essere pensante scopre che ci sono delle contraddizioni. Le contraddizioni sono molto interessanti.

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Oggi “Il Giornale di Vicenza” ha pubblicato un articolo di Fabio Giaretta sul primo incontro di Dire poesia 2011.

L’articolo è dedicato a Meena Alexander, e riporta alcune sue dichiarazioni raccolte a fine lettura dallo stesso Giaretta.

Per chi volesse leggerlo, ecco il collegamento:

http://www.ilgiornaledivicenza.it/stories/Cultura_e_Spettacoli/239784__meena_alexander_la_poesia_rifugio_contro_la_storia/

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Fabio Giaretta ci ha mandato la trascrizione integrale della sua intervista a Sanguineti. Grazie.
Rispetto a quella pubblicata dal “Giornale di Vicenza” un paio di settimane fa (e presente anche in questo blog), la nuova redazione aggiunge un diverso cappello e altre splendide osservazioni nelle parti omesse. Vale la pena leggerla:

Io Sanguineti me l’ero sempre immaginato come un rivoluzionario iconoclasta, burbero e imbronciato, animato da un furore avanguardistico pronto a travolgere tutto e tutti. Invece, la persona che ho intervistato per il Giornale di Vicenza il 28 aprile dopo l’incontro di Dire poesia 2010 (rassegna poetica tenutasi a Vicenza tra marzo e maggio che vanterà sempre, tra i suoi numerosi meriti, quello di avere offerto a Vicenza la possibilità di incontrate il poeta genovese in quella che, molto probabilmente, è stata una delle sue ultime apparizioni pubbliche) si è rivelata totalmente diversa dalle mie infondate fantasticherie. Mi hanno enormemente spiazzato e colpito, oltre alla sua acutezza, alla sua guizzante vivacità intellettuale, alla sottile ironia, la sua squisita gentilezza, l’affabilità, la generosa disponibilità, la mancanza di qualsiasi snobistico distacco. La nostra intervista doveva durare un quarto d’ora. Inutile dire che durò molto di più. Sanguineti era un conversatore straordinario. Come ha scritto Antonio Gnoli, sapeva «essere intrigante, leggero, curioso, paradossale, come un frutto tardivo del pensiero libertino». Da quel mondo aveva ereditato «la nettezza di giudizio, la capacità provocatoria e quel gusto per l’oralità che si lascia facilmente avvolgere dall’immoralità». Sanguineti infatti non amava «le convenzioni , la prevedibilità, l’eccesso d’ordine, i discorsi edificanti». Quando fui costretto a spegnere il registratore perché lo reclamavano per la cena, avevo ancora mille domande in mente che avrei voluto rivolgergli. Avevo intenzione di ampliare telefonicamente questa nostra intervista, ma ora purtroppo non sarà più possibile. Rimane il privilegio di averlo potuto incontrare. (Voglio qui ringraziare anche Stefano Strazzabosco, lodevole curatore della rassegna, per aver permesso questo incontro). Di seguito riporto l’intervista integrale, uscita in forma un po’ ridotta nel Giornale di Vicenza del 4 maggio 2010.

Quale importanza hanno avuto secondo lei la Neoavanguardia e il Gruppo 63?
Credo sia stato un fenomeno importante non tanto in quanto gruppo di per sé ma soprattutto perché sciolse una specie di tabù. La cosa si può anticipare perché nel ’61 esce l’antologia dei Novissimi curata da Giuliani. Quella fu una rottura nella poesia italiana molto forte. Quasi tutti eravamo poeti, in tutto cinque, che avevano già pubblicato, però la raccolta dei nostri testi insieme diventò una sorta di manifesto e produsse un effetto molto forte. Cominciava un’epoca molto diversa. Come disse Arbasino, era ammesso che l’ansia di nuovo si manifestasse in America, in Europa, ad esempio con la nouvelle vague, le nouveau roman e via discorrendo ma non in Italia. Anche chi leggeva libri e aveva una qualche conoscenza di Kafka, Joyce, Proust eccetera, in fondo era poco influenzato. Noi allora rompemmo un tabù. Il gruppo ebbe il merito di incitare ad una nuova figura di intellettuale che non era più il puro letterato della tradizione ermetica e neppure neorelista, che in poesia aveva dato peraltro risultati molto modesti. La rottura del tabù fece sì che di colpo si pensò un intellettuale che fosse al corrente con la linguistica, lo strutturalismo, la psicanalisi, la sociologia e via dicendo e non quel letterato puro della tradizione ermetica. Questa fu l’influenza più forte, influenza che si spense con il ’68. La politica disfa il gruppo: c’è chi non ha nessun interesse politico e c’è chi milita per questo o quel partito, non necessariamente lo stesso.

Quale eredità è rimasta oggi di quell’esperienza?
È rimasta senza più confessarla. Quella che era la forza di contestazione, il voler essere diversi dalla vecchia figura di intellettuale non c’è più. I poeti vanno al Costanzo show, spesso magari anche in trasmissioni serie, come quella di Fazio. Se uno fa un nuovo disco, un nuovo libro, va lì, perché è lanciato, per una settimana ottiene attenzione e successo, entra magari in testa alle classifiche, poi però, dopo poco, si spengono gli entusiasmi. Il peso però che ebbe quell’esperienza fu all’inizio molto forte, tutti cambiarono il modo di scrivere, da Pasolini a Luzi a Moravia a Zanzotto. Smisero quel loro atteggiamento che era molto ermetico, neoermetico, postermetico e capirono che facevamo parte dell’Europa e del mondo. Si svecchia insomma la poesia italiana.

Nelle sue poesie si nota una grandissima attenzione per la corporalità. Per quale ragione?
Ci sono molte ragioni. Prima di tutto io sono un materialista, proprio nel senso del materialismo storico. L’anima per me coincide con il mondo psichico, che certamente ha una sua esistenza se interpretato soprattutto in termini psicanalitici. Io poi con gli anni sono diventato sempre più groddeckiano. Groddeck era una specie di strano personaggio che diceva alcune cose assai poco attendibili ma ebbe anche intuizioni straordinarie. Freud lo ammirò molto, anche se lo addomesticò, nel complesso aveva idee diverse, però il concetto di Es inteso come inconscio profondo, lo riprese da lui. Noi siamo corpi. Questa è la mia idea fondamentale. Raccontare una storia di un individuo è prima di tutto la storia di un corpo. Noi nasciamo animali, poi cerchiamo di addomesticarci socialmente, tuttavia passare dalla natura alla storia è una cosa difficilissima. Passare dalla bestialità originaria a un tentativo di addomesticamento, di cultura, di storicità, è una fatica terribile sia per chi deve compierla sia per chi deve porla in atto; per un bambino diventare conscio e adulto è faticosissimo ed è faticosissimo anche per chi se ne prende cura. Addomesticare un bambino è una cosa durissima. Poi ci sono certamente ragioni anche più soggettive, cioè un forte interesse per la tematica del corpo, da un lato come corpo del piacere, come luogo di estasi, che comporta tutta la sfera dell’erotico e del desiderio, e dall’altro lato come luogo di sofferenza, di patimento e infine di dissolvimento e di morte.

La sua ricerca si basa sull’arte di saper bene come scrivere male. Che cosa voleva dire con questo paradosso?

Era un paradosso perché voleva rifiutare lo stile. C’è un mio verso che dice: oggi il mio stile è non avere stile. Da un lato vuol dire che non voglio chiudermi in una maniera di scrittura, in uno stile. Quindi in ogni libro che faccio, anche nelle traduzioni, nei saggi, cerco di affrontare problemi nuovi. Dall’altro lato non avere stile nel senso corrente della parola. Essere un uomo che ha uno stile vuol dire avere garbo e basta. Rifiutare uno stile, in questo senso, significa rinunciare a quella sorta di educazione cortese che spesso nasconde un’insincerità, una falsa gentilezza. Questa idea nacque in Olanda. Ero in Olanda con un poeta tedesco. Parlavamo dell’arte di scrivere male partendo dal problema del tradurre. Sapere bene come scrivere male, che agli occhi della gente può apparire come una mancanza di stile, di eleganza, è un modo di cercare di dire la verità.

I suoi versi nel corso degli anni si sono aperti sempre più alla quotidianità. In una sua poesia-ricetta si legge: Per preparare una poesia, si prende un piccolo fatto vero (possibilmente fresco di giornata)… Come mai è nato in lei questo bisogno?
La poesia che lei cita è molto ironica, si presenta come una ricetta di cucina. Ho cercato di affrontare la quotidianità. Questa poetica del piccolo fatto vero è diventata dominante in una lunga fase della mia scrittura anche se come al solito cercavo di non chiudermi in uno stile. Però questa riconoscibilità del fatto vero, dove sono indicati i luoghi, le persone sono riconoscibili, c’è il numero della camera d’albergo, questo eccesso di precisione mi tentava molto. Mi tentava molto passare da una poesia relativamente più astratta, usiamo questo termine, ad una poesia iperconcreta. Un’evidenza dell’esistenziale o come si diceva una volta, con un termine caduto di moda, l’evidenza dell’esistentivo.

Qual è il suo giudizio sulla poesia contemporanea?
Come accennavo prima, con la fine degli anni Settanta, e non solo in Italia, la poesia diventa una questione di successo. Si vuole vendere. Il tentativo di mercificarsi era esattamente l’opposto di quello che le avanguardie storiche avevano praticato. Esse sostenevano l’idea della non merce e quindi erano contro la museificazione. Noi avevamo cercato di riprendere come punto di forza del gruppo questa idea. Molto è rimasto di questo effetto di rottura però indebolendosi completamente. Sono ancora largamente utilizzati elementi cominciati solo nel gruppo, come ad esempio certi modi di linguaggio, però tutta la forza contestativa si è spenta. Si vuole successo.

Nel nostro mondo mercificato, cosa dovrebbe fare la poesia?
Io credo che il problema sia, e in questo sono un materialista storico, riuscire ad essere realisti. Ovviamente lei mi dirà, e chiunque altro mi direbbe, cosa vuol dire essere realisti? È questo il problema. Evidentemente ciascuno di noi ha un’opinione della realtà e di che cosa la rappresenti autenticamente. Gramsci diceva una cosa molto importante: nella cultura non è importante avere nuove idee, chiunque è capace di sognare mondi belli, rosei e del resto temi di questo genere erano già presenti in Marx e in Engels. Bisogna invece cercare di indicare le linee di sviluppo, che sono continue, il mondo infatti muta continuamente. Allora se io ascolto le notizie, leggo i giornali, mi informo, eccetera, devo continuamente aggiornare il mio modo di percepire la realtà. Questo è il problema. Da questo punto di vista, è poco importante la posizione politica finale che può assumere un autore. Quello che è importante è che da un lato vi sia una pulsione anarchica originaria di rivolta e di protesta, e dall’altro lato la capacità di dire: questa è la realtà. Questo oggi interessa assai poco. I poeti dicono: non siamo impegnati, destra e sinistra non significano più nulla.

Le sue poesie hanno sempre un carattere fortemente giocoso. Questo appare evidente anche nel sonetto inedito che lei ha scritto per Vicenza…
La poesia ha ripreso sempre di più delle forme di gioco verbale, ma non gratuito, vicino alla ricerca della contrainte, della costrizione. Scrivere un sonetto vuol dire accettare certe regole. Se la regola viene accettata esasperando le astuzie di complicazione e di autocostringimento, vuol dire che non si sta cercando tanto il puro gioco ma di sperimentare nuove forme di linguaggio. Il sonetto che ho scritto per Vicenza è forse allo stato attuale il sonetto più acrobatico che ho fatto per le complicazioni con cui è costruito, le allusioni che vi sono presenti. Quindi c’è un aspetto di gioco. C’è una frase famosa di Hölderlin, che piaceva molto a Heidegger, che dice: la poesia è il gioco più serio che ci sia. Credo che questo elemento apparentemente di gioco, di divertimento, può diventare uno strumento molto serio. Modificare una parola, un verso, complicarlo, non è un gioco arbitrario, ma molto serio perché attira l’attenzione sul linguaggio e sulle parole. Bisogna stare attenti alle parole che si usano. Bisogna portare l’attenzione sul peso che ha il linguaggio. Dimmi come parli e ti dirò chi sei.

Lei si è definito un ottimista catastrofico. Cosa intende dire esattamente con questa definizione?
L’ottimismo catastrofico nasce da questo: io penso che siamo alle soglie di una catastrofe economica e sociale senza confine. Questa è sempre più vicina. Oggi è successo alla Grecia, al Portogallo, domani capiterà anche da noi. Sta capitando dappertutto, gli Stati Uniti sono già completamente investiti, Obama non mi piace assolutamente. Gli unici che svolgono una politica, può piacere o meno, molto astuta, sono i cinesi e gli indiani. Ottimismo invece è legato a quello che diceva Gramsci: l’ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione. Proprio perché sono un pessimista catastrofico e considero che la catastrofe sia già avvenuta, semplicemente si tratta solo di prenderne coscienza, bisogna cercare di moltiplicare l’ottimismo della volontà. Il tempo è pochissimo. È necessario che rinasca una coscienza di classe della massa enorme di proletari e sottoproletari di fronte alle élite di potere che è dei Putin, degli Obama, dei Berlusconi. Bisogna riprendere una coscienza critica di classe. Adoro quello che diceva Benjamin: Quello che ha rovinato il mondo è l’idea socialdemocratica riformistica per cui bisogna pensare alla felicità dei figli. Lui diceva invece che il problema è vendicare le sofferenze dei padri. La poesia può servire a far prendere coscienza di come stanno le cose.

Sanguineti quindi è ancora un poeta rivoluzionario…
Sì, sì è una parola che mi piace molto. Non di riforme abbiamo bisogno ma di rivoluzione nel senso marxiano della parola.

Fabio Giaretta

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Almeno 150 persone hanno affollato, ieri, le sale al piano terra di Palazzo Chiericati, dove Yang Lian ha letto in un musicalissimo cinese alcune sue poesie, mentre Valentina Brusaferro e Martina Pittarello ne rendevano la bellezza in italiano, e Marta Nori introduceva e traduceva dall’inglese le parole che il poeta ha premesso ai suoi testi e quelle con cui ha risposto alle domande del pubblico.

Dire poesia si è conclusa nel migliore dei modi, “quadrando” il cerchio aperto da Titos Patrikios, grande amico di Yang Lian: tra l’altro, entrambi hanno sofferto l’esilio, e l’inedito di Yang Lian distribuito al pubblico è ambientato, curiosamente, proprio in un villaggio greco.

Tra il pubblico erano presenti anche molti studenti di cinese del Liceo “Pigafetta”, che prima dell’incontro hanno rivolto al poeta alcune domande, cui Yang Lian ha risposto con la consueta profonda intelligenza.
All’inizio dell’incontro Yang Lian, stupito per la grande affluenza, ha detto che per uguagliare il pubblico di Vicenza bisognerebbe mettere insieme quelli di Londra e di Beijing. Al di là della battuta, ci pare bello sottolineare che tutti i poeti ospiti di Dire poesia hanno espresso meraviglia per la quantità e la qualità del pubblico vicentino, aggiungendo che nemmeno nelle grandi città è consueto trovare delle sale così gremite di persone, attente, partecipi e affettuose, riunite per ascoltare dei versi.

Intanto sul Giornale di Vicenza di ieri è stata pubblicata una bella intervista a Patrizia Valduga: per comodità, e per gentile concessione di Fabio Giaretta, estensore dell’articolo, la pubblichiamo anche qui:

Patrizia Valduga è intrisa di poesia. Insieme al sangue, nelle sue vene, scorrono versi. Versi che la sua voce sa trasformare in un canto straziato e viscerale, dotato di una forza ammaliatrice e incantatoria che ha stregato le numerosissime persone intervenute all’ottavo incontro di Dire poesia per ascoltarla. La Valduga, introdotta dalla puntuale presentazione di Fabio Magro, autore di un’importante monografia su Giovanni Raboni, ha recitato a memoria diversi testi di autori da lei sommamente amati, come Pascoli e Petrarca, ma ha anche offerto un’emozionante antologia dei suoi versi che ha attraversato le principali forme metriche da lei affrontate. La poetessa ha poi chiuso l’incontro recitando, con commosso trasporto, le intense Canzonette mortali che Raboni, uno dei più grandi poeti del Novecento, morto nel 2004, le ha dedicato.

Lei ha condiviso 24 anni di vita e di poesia con Raboni. Può raccontarci com’è nato il vostro incontro? Che ricordo ha di lui?
Alle ore 14.30 del 23 gennaio del 1981 in via Fatebenefratelli 30 (arrivata in automobile da Belluno con un amico pellicciaio) ho suonato il campanello, ubriaca perché avevo paura. Raboni ha aperto la porta (camicia chiara, maglione girocollo nero, pantaloni beige di velluto a coste, desert boots color sabbia). Al suo “buongiorno” ho risposto: “Sono ubriaca e ho bisogno di pisciare”. Poi abbiamo parlato, mi ha voluto dare “La fossa di Cherubino”, ci ha scritto la dedica, mi sono inginocchiata per leggerla e mi ha baciata (direi alle 14.45).
Raboni è il mio maestro e il mio amore, è una struttura della mia mente, scorre nelle mie vene.

Nello scritto contenuto nella sua raccolta Lezione d’amore si legge: “Scrivere è esposizione rituale alla morte, per vincere, per un istante, la paura della morte”. La morte, in effetti, è fortemente presente nei suoi versi…
Non ce la metto io con intenzione, viene fuori da sola. Sono così ipocondriaca e piena di attacchi di panico, che passerei volentieri ad altro.

Per quale ragione ha imparato e continua ad imparare così tanti versi a memoria?
Già a otto anni, pur non capendo nulla, ho imparato a memoria Davanti a San Guido che era nell’antologia di mia sorella più grande. So a memoria tanti versi perché mi servono contro le paure. Certo non funzionano sempre. Per esempio appena ho imparato a memoria L’ultimo sogno di Giovanni Prati ha avuto un effetto strepitoso. Ha fermato un attacco di panico in metropolitana, mi ha rasserenata, ma dopo due, tre applicazioni bisogna impararne un altro e poi un altro ancora. Per me la poesia, soprattutto degli altri, è un conforto.

Nei suoi testi, ha sempre rifiutato il verso libero, recuperando versi classici e forme chiuse. Come mai vi è in lei questa predilezione?
Amo anche i cosiddetti versi liberi, che – peraltro – liberi non sono mai per davvero; ma io non li so fare: se non ho una gabbia formale, non so quando andare a capo. Penso che, oltre alle sei funzioni indicate da Jakobson per la lingua, la poesia possieda anche una funzione erogena, produttrice di piacere. Questo piacere è dato dalla successione ordinata di suoni e di ritmi. Amo la forma chiusa perché mi dà più piacere di quella aperta.

L’aneddoto sulla nascita del suo primo sonetto è molto gustoso. Può raccontarcelo?
Il primo sonetto l’ho scritto per sedurre un professore dell’università Ca’ Foscari e ci sono riuscita. Però il piacere che ho provato nello scrivere il sonetto è stato di gran lunga superiore a quello che ho provato accoppiandomi con il professore. Con lui è finita subito, invece con la poesia è andata avanti.

Nella sua poesia l’erotismo ha un ruolo di primissimo piano. Come mai?
Chi gode non parla di sesso; sono i disgraziati come me, il cui piacere difficile col tempo finisce per diventare quasi impossibile, che si sfogano così. Una volta ho risposto in questo modo alla domanda “Perché scrivi”: per cavare un po’ di piacere dalla lingua quando non mi riesce di cavarlo altrove.

In Per una definizione di poesia lei dice però che se oggi le venisse fatta la domanda: Perché scrive, risponderebbe: Perché sono una persona religiosa. Cosa intende dire?
Non mi basta più il piacere sensuale di una successione ordinata di suoni e di ritmi. Ho bisogno di un senso più forte, di qualcosa che nutra la mente e non sia solo piacere che nutre l’udito. Per me la religiosità consiste nella fede nella parola come strumento di responsabilità morale.

Fabio Giaretta

P.S. A una nostra amica, frequentatrice degli incontri di Dire poesia, è stato sottratto il registratore digitale che aveva appoggiato sul tavolo dietro al quale sedeva Patrizia Valduga.
Se qualcuno lo rintracciasse, è pregato di lasciarlo nella portineria di Palazzo Leoni Montanari.
Errare humanum, perseverare diabolicum.

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Pubblichiamo, per gentile concessione dell’autore, l’intervista a Edoardo Sanguineti realizzata da Fabio Giaretta la sera di mercoledì 28 aprile, e pubblicata su “Il Giornale di Vicenza” di ieri, martedì 4 maggio.
Sanguineti ha più volte dichiarato che parlare lo aiuta a pensare, o che il pensiero gli nasce in bocca, quando parla (per esempio, appunto, quando risponde alle domande dei giornalisti).
Chi ha assistito all’intervista può testimoniare che quel pensiero sgorgava limpido e preciso sulle labbra mentre veniva formulato, e produceva qualcosa di simile a un campo magnetico.

Il sesto incontro di Dire poesia ha portato a Vicenza uno dei nomi più noti della poesia contemporanea, Edoardo Sanguineti. Il poeta genovese ha ipnotizzato il numerosissimo pubblico accorso a Palazzo Leoni Montanari leggendo, con una voce volutamente monocorde e antiretorica, due sue composizioni, Postkarten, che comprende poesie fatte di immagini di viaggio e di tic linguistici, e Alfabeto apocalittico, estrosa serie di 21 ottave, una per ogni lettera dell’alfabeto italiano. Ad accompagnarlo c’era Stefano Scodanibbio, che con il suo prodigioso contrabbasso ha creato un suggestivo doppio musicale, su cui si sono innestati i versi di Sanguineti.
Alla fine dell’incontro abbiamo rivolto alcune domande al poeta, partendo dal suo dirompente esordio poetico.

Quale importanza hanno avuto secondo lei la Neoavanguardia e il Gruppo 63?
Credo che sia stato un fenomeno importante, non tanto in quanto gruppo di per sé, ma soprattutto perché sciolse una specie di tabù. La cosa si può anticipare a prima del ‘63 perché nel ’61 esce l’antologia dei Novissimi. Quasi tutti eravamo poeti, in tutto cinque, che avevano già pubblicato, però la raccolta dei nostri testi insieme diventò una sorta di manifesto e produsse un effetto molto forte. Il gruppo ebbe il merito di incitare ad una nuova figura di intellettuale che non era più il puro letterato della tradizione ermetica. La rottura del tabù fece sì che di colpo si pensò ad un nuovo tipo di intellettuale, al passo con la linguistica, lo strutturalismo, la psicoanalisi, la sociologia e via dicendo. La Neoavanguardia insomma svecchiò la poesia italiana. Questa fu l’influenza più forte, che si spense con il ’68. La politica ruppe il gruppo.

Quale eredità è rimasta oggi di quell’esperienza?
È rimasta senza più confessarla. Quella che era la forza di contestazione, il voler essere diversi dalla vecchia figura di intellettuale, non c’è più. Verso la fine degli anni Settanta, non solo in Italia, la poesia è diventata una questione di successo. Si vuole vendere. Il tentativo di mercificarsi era esattamente l’opposto di quello che le avanguardie storiche e il Gruppo 63 avevano praticato. Molto è rimasto dell’effetto di rottura che abbiamo introdotto però tutta la forza contestativa si è spenta.

Nelle sue poesie si nota una grandissima attenzione per la corporalità. Per quale ragione?
Ci sono molte ragioni. Prima di tutto io sono un materialista storico. Noi siamo corpi. La storia di un individuo è prima di tutto la storia di un corpo. Poi ci sono certamente ragioni più soggettive cioè un forte interesse per la tematica del corpo, da un lato come corpo del piacere, come luogo di estasi, che comporta tutta la sfera dell’erotico e del desiderio, e dall’altro lato come luogo di sofferenza, di patimento e infine di dissolvimento e di morte.

Lei ha affermato che la sua ricerca si basa sull’arte di saper bene come scrivere male. Che cosa voleva dire con questo paradosso?
C’è un mio verso che dice: Oggi il mio stile è non avere stile. Da un lato significa che non voglio chiudermi in una maniera di scrittura. Quindi in ogni mio libro cerco di affrontare problemi nuovi. Dall’altro lato intendo il non avere stile nel senso corrente della parola. Essere un uomo che ha uno stile vuol dire avere garbo e basta. Rifiutare uno stile, in questo senso, significa rinunciare a quella sorta di educazione cortese che spesso nasconde un’insincerità, una falsa gentilezza. Sapere bene come scrivere male, che agli occhi della gente può apparire come una mancanza di stile, di eleganza, è un modo di cercare di dire la verità.

I suoi versi nel corso degli anni si sono aperti sempre più alla quotidianità. In una sua poesia-ricetta si legge: Per preparare una poesia, si prende un piccolo fatto vero (possibilmente fresco di giornata)… Come mai è nato in lei questo bisogno?
La poesia che lei cita è molto ironica, si presenta come una ricetta di cucina. Questa poetica del piccolo fatto vero, della ricerca della quotidianità è diventata dominante in una lunga fase della mia scrittura anche se come al solito ho cercato di non chiudermi in uno stile. Passare da una poesia relativamente più astratta ad un eccesso di precisione, ad una poesia cioè iperconcreta mi tentava molto.

Nel nostro mondo mercificato, cosa dovrebbe fare la poesia?
Io credo che il problema sia, e in questo sono un materialista storico, riuscire ad essere realisti. Cosa vuol dire essere realisti? È questo il problema. Evidentemente ciascuno di noi ha un’opinione della realtà e di che cosa la rappresenti autenticamente. Gramsci diceva una cosa molto importante: Nella cultura non è importante avere nuove idee, chiunque è capace di sognare mondi belli e rosei. Bisogna invece cercare di indicare le linee di sviluppo, che sono continue, bisogna quindi aggiornare continuamente il modo di percepire la realtà. Da questo punto di vista, è poco importante la posizione politica finale che può assumere un autore. Quello che è importante è che da un lato vi sia una pulsione anarchica, originaria, di rivolta e di protesta, e dall’altro lato la capacità di dire: Questa è la realtà. La poesia può servire a far prendere coscienza di come stanno le cose.

Le sue poesie hanno sempre un carattere fortemente giocoso. Questo appare evidente anche nel sonetto inedito che lei ha scritto per Vicenza…
La mia poesia ha ripreso sempre di più delle forme di gioco verbale, ma non gratuito, ed è andata alla ricerca della contrainte, della costrizione. Scrivere un sonetto, ad esempio, vuol dire accettare certe regole. Se la regola viene accettata esasperando le complicazioni, vuol dire che non si sta cercando tanto il puro gioco quanto di sperimentare nuove forme di linguaggio. Il sonetto che ho scritto per Vicenza è forse, allo stato attuale, il sonetto più acrobatico che ho composto per le complicazioni con cui è costruito e le allusioni che vi sono presenti. C’è una frase famosa di Hölderlin che dice: La poesia è il gioco più serio che ci sia. Credo che questo elemento apparentemente giocoso, possa diventare uno strumento molto serio. Modificare una parola, un verso, complicarlo, non è un gioco arbitrario ma serissimo, perché attira l’attenzione sul peso che ha il linguaggio.

Lei si è definito un ottimista catastrofico. Cosa intende dire esattamente con questa definizione?
Il mio ottimismo è legato a quello che diceva Gramsci: L’ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione. Proprio perché sono un pessimista catastrofico e considero che la catastrofe sia già avvenuta – si tratta solo di prenderne coscienza – bisogna cercare di moltiplicare l’ottimismo della volontà. È necessario che rinasca una coscienza critica di classe della massa enorme di proletari e sottoproletari di fronte alle élite di potere.

Sanguineti quindi è ancora un poeta rivoluzionario…
Sì, è una parola che mi piace molto. Non di riforme abbiamo bisogno, ma di rivoluzione nel senso marxiano della parola.

Fabio Giaretta

p.s. Oggi alle 18.00, ad AB23, Antonella Bukovaz presenterà la sua poesia con l’aiuto di Hanna Preuss, combinando voce, video e suono.
L’ingresso è libero, i posti a sedere limitati.

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