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cerchio

Più che un cerchio, un’ellisse. Con due fuochi. Nel primo le poesie in spagnolo, nell’altro le versioni in italiano. Intorno sei pedaline, i torchi tipografici più piccoli, manovrate da altrettante sudentesse del corso “Tecniche e Procedimenti di Stampa” dell’Accademia di Belle Arti di Venezia. In mezzo al cerchio-ellisse, oltre ad Armando Romero, il pubblico. E la poesia, che da parola si trasforma in traccia d’inchiostro sulla carta. Gesto, movimento, pressione, suono (tra-trac), parola. Quasi un bagliore nero, ma sonoro.

La partitura per sestetto di pedaline e voce è diretta da Giovanni Turria, docente all’Accademia (oltre che a Urbino). Le poesie di Romero sono tratte da Il colore dell’Egeo (Sinopia, Venezia 2014) di cui Claudio Cinti, editore e poeta, può dire qualcosa; ma può anche darsi che si limiti a cucire, col suo refe del colore del mare, i fogli stampati dal sestetto di pedaline tra-traccanti. Fiat nigra lux (et imprimatur).

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P.

ARMANDO ROMERO

“La poesia di Armando Romero” – afferma il grande poeta colombiano Alvaro Mutis – “non ha antecedenti in qualsiasi scuola nota o gruppo. Nella sua poesia non sono mai riuscito a trovare radici, testimonianze che riconducano ad altri, visioni riprese o rielaborate da altri. Nella poesia di Armando Romero c’è un modo di narrare un mondo che è tutto suo, personalissimo e profondo. Nelle sue poesie vivono storie di vita vissuta, c’è desolazione e amore, disordine e gioia, orme di un uomo che cammina tra la gente”.
“È un fatto indiscutibile – scrive Martha L. Canfield nell’introduzione italiana a La radice delle bestie, folgorante raccolta di piccoli racconti di Romero edita da Sinopia – della storia letteraria ispanoamericana che il surrealismo, fra tutte le avanguardie storiche, è quello che ha lasciato un’eredità più vasta e duratura. Ed è attraverso questa linea oscura ma costante dell’immaginario ispanico che emerge la prosa sconvolgente e affascinante di Armando Romero. La lezione del surrealismo lo porta con insolita irriguardosa fermezza all’incontro di quell’animalità profonda che giace dentro di noi, schiacciata o rimossa dai principi della civiltà e della cultura. Il Cane andaluso di Buñuel e il Minotauro di Picasso lo precedono; il Manuale di zoologia fantastica (1957) di Jorge Luis Borges e il Bestiario (1959) del messicano Juan José Arreola lo accolgono festosamente in quella dimensione in cui le forme incontrollabili del sogno sposano la perizia del gioco verbale. Così, sogno e poesia, mito e gioco, realtà e astrazione dal reale producono pezzi di bravura che – una volta superato l’incantesimo iniziale – ci lasciano a meditare a lungo”.

Romero è stato esponente del Gruppo Nadaista, movimento letterario di avanguardia sviluppatosi negli anni Sessanta nel suo Paese, la Colombia. La vita lo ha poi portato a viaggiare e soggiornare anche a lungo in diversi paesi del continente americano, in Europa e in Asia. Da molti anni risiede negli Stati Uniti, dove lavora come docente. Molte le raccolte poetiche pubblicate a iniziare dal 1975 in diversi Paesi del Sud America, alternate a romanzi e racconti. Il romanzo La rueda de Chicago gli ha fatto ottenere il Premio per la miglior opera d’avventura al Latino Book Festival di New York del 2005.
Le sue opere sono tradotte in numerose lingue: inglese, italiano, francese, portoghese, greco, arabo, rumeno, tedesco. In Italia i suoi libri sono editi dalla casa editrice veneziana Sinopia.

Un’altra sintesi del ciclo Un castello, una villa, un’officina si può leggere anche qui (da “Il Giornale di Vicenza” di oggi, 22 maggio 2014) e qui (da “VicenzaPiù”).

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