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EmVe in Piazza dei Signori, poco prima del poetry slam

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L’esperimento è riuscito; sia pure con tutti i limiti e le difficoltà di una prima volta assoluta.

Il poetry slam è atterrato a Vicenza, nel cuore della città, divertendo ed emozionando il folto pubblico presente.

EmVe ha disturbato solo all’inizio, ma per fortuna non si è iscritto alla gara e non ha distratto i concorrenti (tutti molto bravi) con la sua pelosa mania di protagonismo.

Valeria Mancini

La vittoria, dopo una lotta serrata con Mara Seveglievich, è andata alla poetessa Valeria Mancini: nella terza manche, le due finaliste hanno ottenuto rispettivamente 231 e 235 punti.

A tutti e cinque i concorrenti (Valeria Mancini, Tommaso Righetto, Pietro Rossi, Mara Seveglievich, Luigi Tecchio) è stato donato un libro illustrato su Palazzo Leoni Montanari (dono delle Gallerie del Palazzo – Banca Intesa); in più, le prime due classificate hanno ricevuto una stampa di “capricci palladiani” (offerta dal Comune di Vicenza) e la vincitrice ha acquisito il diritto alla stampa di una plaquette prodotta coi torchi a caratteri mobili di Giovanni Turria, dell’Officina arte contemporanea.

Ringraziando i dieci membri della giuria popolare che, dopo l’estrazione a sorte, si sono prestati a valutare i concorrenti, pubblichiamo le poche foto disponibili, giusto per dare un’idea della serata. Tra gli altri, si riconoscono Martina Pittarello (di spalle) e Igi Meggiorin (con la giacca rossa), splendidi Maestri di Cerimonia e conduttori della gara.

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I reportages in versi di Paul Polansky, questo poeta-boxeur così capace di affondi duri e ficcanti ai nostri fianchi molli e gommosi, mi hanno ricordato le zingare di Otto Müller, espressionista tedesco del primo Novecento legato al movimento Die Brücke, di origine sinti, grande pittore di gitani e gitane. Che dipinge con segni neri eleganti e malinconici, impasti cromatici opachi e terrosi, volti e occhi fondi e allungati, corpi magri scavati fino all’anima, nudità seducenti e tese di giovani ventri elastici e seni allungati. Ben lo conosceva un altro grande disegnatore affascinato dagli zingari, l’Hugo Pratt di Corto Maltese.

Polansky ha efficacemente documentato e denunciato, con i versi e con le immagini, le sofferenze dei rom nella ex-Yugoslavia. Ma c’è sempre stata una fascinazione estetizzante dietro l’interesse per gli zingari e la loro cultura di volta in volta primitiva, nomade, anarchica, capace di trasformare gli stracci in colore tripudiante e di mescolare l’oro con l’ottone.

Mi domando se ce ne sia ancora qualche traccia, oggi, dietro il fastidio con cui li guardiamo sulle nostre strade dello shopping e dell’happy hour.

Mara Seveglievich

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