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“Il Giornale di Vicenza” di oggi, 24 maggio 2011, ha pubblicato le domande che Fabio Giaretta ha rivolto ad Anne Waldman dopo la lettura a Palazzo Leoni Montanari.

Per gentile concessione dell’Autore, ripubblichiamo il testo completo qui sotto (con un piccolo omaggio a Bob Dylan, nel giorno del suo settantesimo compleanno):

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Intervista ad Anne Waldman

di Fabio Giaretta

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Mentre declama o canta i suoi versi con la sua voce profonda e vigorosa, accentuando le parole con una gestualità ieratica, Anne Waldman sembra una sacerdotessa intenta a celebrare un rito sciamanico. Accompagnata dalle ipnotiche musiche del figlio Ambrose Bye, con il quale ha appena pubblicato un cd intitolato The milk of Universal Kindness, la poetessa americana, esponente di spicco della Beat generation, ha trasformato il nono appuntamento di Dire poesia, tenutosi a Palazzo Leoni Montanari, in un magnetico flusso di energia.

Grazie alla preziosa collaborazione in veste di interprete di Rita degli Esposti, alla fine dell’incontro abbiamo rivolto alla Waldman alcune domande.

Lei viene definita una poetessa “Beat”. Si riconosce in questa definizione?

Io sono di una generazione successiva rispetto alla Beat generation vera e propria. Però ho lavorato molto intensamente con Allen Ginsberg, William Burroughs, Gregory Corso e in generale con i poeti di questo movimento, con cui condividevo anche gli orientamenti buddisti. Mi riconosco nella Beat generation perché ero molto in sintonia con loro, ad esempio sul fatto che bisogna intervenire in modo attivo sulla realtà. Il movimento Beat era formato da uomini, era meraviglioso che essi fossero così amici tra loro, senza rivalità, ma le donne erano escluse. Così sono arrivata per rivendicare la presenza femminile all’interno di questo movimento.

Per la “Beat generation” e anche per lei l’influsso del buddismo è stato fondamentale. In che modo ha influenzato la sua visione della vita e la sua poesia?

Il buddismo sostiene una visione empatica, di curiosità. A me piace molto questo verso: «I cancelli del Dharma sono infiniti, faccio il voto di entrare in tutti questi cancelli». Devi andare dovunque, anche nei posti scomodi, difficili. Inoltre il buddismo ha una visione non teistica. Devi agire sulla tua consapevolezza, espanderla.

Allen Ginsberg, uno dei padri fondatori della Beat generation, una volta l’ha definita la sua “moglie spirituale”. Che ricordo ha di lui?

Questa definizione l’ha usata davanti a mille persone a Praga dopo la Rivoluzione di velluto. Dovevamo fare una lettura e lui disse: «Vi presento la mia moglie spirituale». Lavoravamo molto bene insieme, senza attriti, perché avevamo la stessa visione delle cose. Proprio per questo ho fondato con lui, nel 1974, a Boulder, in Colorado, la “Jack Kerouac School of Disembodied Poetics” al Naropa Institute. Sentivo che potevo portare la mia generazione all’interno di questo progetto e allo stesso tempo rispettare e onorare la sua generazione.  Allen era sempre occupato, faceva mille cose contemporaneamente, aveva mille progetti. Era sempre pieno di attenzioni e di cure per tutti. Era una persona generosissima e un vero pacifista. Mediava sempre.

Per lei la poesia non si riduce alla scrittura sulla pagina. Altrettanto importante è il momento performativo che assume un valore quasi rituale. Come mai la dimensione orale è per lei così importante?

Perché ti entra nel corpo e tocca i vari centri dell’energia. Nel buddismo ci sono i mantra. Ripeti questi mantra e li senti nel corpo. Non è una cosa mentale. Non è importante solo il suono delle parole ma anche il suono all’interno delle parole. È come un mantra, non ha necessariamente un significato. Molti versi mi sono arrivati all’orecchio per via sonora prima di scriverli. La poesia è un modo di manifestare attraverso l’oralità.

Lei, insieme a molti altri artisti, ha partecipato alla Rolling Thunder Revue di Bob Dylan, leggendaria tournée di concerti tenuti nel 1975. Che ricordo ha di quell’evento?

È stata un’esperienza molto interessante e inusuale. L’atmosfera che c’era tra le persone che viaggiavano insieme era di amicizia. La gente andava e veniva. Io stavo anche lavorando alla Kerouac School, quindi andavo avanti e indietro. Era una sorta di carovana di zingari che faceva degli show. Ho scritto un diario su questo che si intitola Shaman. Bob Dylan era come una Kachina Doll, le bambole rituali degli indiani, con questo cappello e la piuma. Era qualcosa di rituale e sciamanico. Eravamo come dei menestrelli e dei trovatori che viaggiavano insieme.

È ancora in contatto con Bob Dylan?

Solo indirettamente.

Come è apparso chiaro anche da alcune poesie che ha letto come Fossil Fuel, contro le trivellazioni petrolifere, o Problem not solving, scritta nel Ghetto vecchio a Venezia, in cui parla della situazione di Gaza, i suoi versi fanno spesso riferimento all’attualità. La poesia può cambiare qualcosa?

Può cambiare la consapevolezza. Mi sento molto vicina alla visione di Allen che diceva che bisogna risvegliare il mondo a se stesso. Nella mia vita la poesia mi ha risvegliato alla realtà. I poeti devono denunciare ciò che non va perché molti sono addormentati.

Lei ha dichiarato che la nascita di suo figlio è stata un punto di svolta. Come mai?

Nella visione buddista tutti siamo stati madri degli altri e tutti sono madri degli altri. Quindi la nascita di mio figlio ha rappresentato una forte spinta verso un’apertura incondizionata nei confronti di tutti gli esseri.

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