Valeria Mancini ha vinto la prima edizione dello slam di dire poesia 2012.
Pubblichiamo uno dei testi che ha letto nella Loggia del Capitaniato, in omaggio alla vincitrice e ai suoi estimatori:
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IO SONO LA MADRE
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Io sono la Madre. Colei che tiene il fuoco acceso. Il nume tutelare.
Che accetta la legge di Zeus
portata in dono ai mortali:
«Saggezza attraverso il dolore».
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Io sono la Madre.
Colei che attende i figli e il marito per cena.
Che sbatte le uova con forza,
che accende il forno,
che alza la radio
per coprire il rumore dei pensieri.
Che sfiora il bicchiere preferito,
il segnalibro raggelato su una data,
le chiavi di casa con l’orso polare.
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I’m the Mother.
Colei che grida «perchè?» alle Moire inflessibili.
Colei che sente il proprio viso deformarsi nel pianto,
che si asciuga gli occhi
con un tovagliolo
o il bordo del lenzuolo.
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Je suis la Mère
qui attend son petit fleur…
Colei che aspetta, che si lava il viso, che atteggia un sorriso.
Che ogni giorno accoglie i superstiti
che tornano a casa.
Chaque jour.
Che sa che un cavalluccio marino
non tornerà a cavalcare le onde.
Eppure sorride, ricaccia le lacrime e attende.
Aspetta gli altri,
che ridono salendo le scale.
E sente che anche loro si dipingono un sorriso,
prima di aprire la porta.
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Ich bin die Mutter.
Colei che guarda i figli crescere.
Che guarda i figli degli altri
crescere.
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Passeggini e bambini…
un pugno nello stomaco.
Dolore sordo all’ascolto
di piccole voci in giardino.
Non si regge un dolore così.
Eppure ti tempra e ti forgia,
mentre ti sbudella.
Ti sventra, ti eviscera
dolore argentato di pesce sventrato.
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Dolo, dolor, dolore: ha un suono dolce,
radice di dolcezza…
Dòleo: sento male, mi dolgo.
Sensazione spiacevole che affligge.
Dolenza, dispiacere,
desolazione, disperazione.
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Deflagrazione di bomba
scoppiata dentro.
Schegge di metallo
conficcate ovunque,
sparate a raggiera, disseminate.
Basta aprire un cassetto,
toccare un libro,
sfiorare una chiave.
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Oggetti tuoi,
che vivono senza di te,
e si consumano
e invecchiano.
E si coprono di polvere.
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Mentre tu,
fatto aquilone,
forse guardi dall’alto
questa distruzione.
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25.05.12
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Epitaffio ad Erotion
A voi, padre Frontone e madre Flaccilla, affido/ questa bambina, mia gioia e tenerezza,/perché la piccola Erotion non si impaurisca per le nere ombre/ e per la bocca mostruosa del cane infernale./ Se fosse vissuta ancora sei giorni/ avrebbe trascorso il sesto inverno./ Che giochi lietamente tra questi vecchi protettori/ e balbetti gioiosa il mio nome./ Non ricopra le tenere ossa una rigida zolla e tu,/ terra, non essere pesante per lei: non lo è stata lei per te.
(Marziale, Epigr. V, 34)
Ma con quali parole si possono commentare certe poesie che si appropriano di una parte di noi stessi che era lì: silenziosa, come in attesa che qualcuno le desse il respiro della parola, intensa e semplicemente artistica?
Porto via con me questi versi su tutti:
“Io sono la Madre. Colei che tiene il fuoco acceso. Il nume tutelare.
Che accetta la legge di Zeus
portata in dono ai mortali:
«Saggezza attraverso il dolore»”
* * *
“Colei che attende i figli e il marito per cena.
Che sbatte le uova con forza,
che accende il forno,
che alza la radio
per coprire il rumore dei pensieri “.
* * *
“I’m the Mother.
Colei che grida «perchè?» alle Moire inflessibili.
Colei che sente il proprio viso deformarsi nel pianto,
che si asciuga gli occhi
con un tovagliolo
o il bordo del lenzuolo”.
* * *
“Che ogni giorno accoglie i superstiti
che tornano a casa.
Chaque jour.
Che sa che un cavalluccio marino
non tornerà a cavalcare le onde.
Eppure sorride, ricaccia le lacrime e attende.
Aspetta gli altri,
che ridono salendo le scale” .
* * *
“Colei che guarda i figli crescere.
Che guarda i figli degli altri
crescere.
.
Passeggini e bambini…
un pugno nello stomaco.
Dolore sordo all’ascolto
di piccole voci in giardino.
Non si regge un dolore così.
Eppure ti tempra e ti forgia,
mentre ti sbudella.
Ti sventra, ti eviscera
dolore argentato di pesce sventrato.
.
Dolo, dolor, dolore: ha un suono dolce,
radice di dolcezza…”
* * *
“Basta aprire un cassetto,
toccare un libro,
sfiorare una chiave.
.
Oggetti tuoi,
che vivono senza di te,
e si consumano
e invecchiano.
E si coprono di polvere.
* * * * * * * * * * *
P.S.
Non volevo ‘smembrarla’ ma solo evidenziarne alcuni passaggi che mi hanno emotivamente colpita.
Complimenti!
Rosanna Spina
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Mentre tu,
fatto aquilone,
forse guardi dall’alto
questa distruzione”.
Ops… avevo tagliato gli ultimi versi inclusi nell’ultima strofa…
R. S.