I reportages in versi di Paul Polansky, questo poeta-boxeur così capace di affondi duri e ficcanti ai nostri fianchi molli e gommosi, mi hanno ricordato le zingare di Otto Müller, espressionista tedesco del primo Novecento legato al movimento Die Brücke, di origine sinti, grande pittore di gitani e gitane. Che dipinge con segni neri eleganti e malinconici, impasti cromatici opachi e terrosi, volti e occhi fondi e allungati, corpi magri scavati fino all’anima, nudità seducenti e tese di giovani ventri elastici e seni allungati. Ben lo conosceva un altro grande disegnatore affascinato dagli zingari, l’Hugo Pratt di Corto Maltese.
Polansky ha efficacemente documentato e denunciato, con i versi e con le immagini, le sofferenze dei rom nella ex-Yugoslavia. Ma c’è sempre stata una fascinazione estetizzante dietro l’interesse per gli zingari e la loro cultura di volta in volta primitiva, nomade, anarchica, capace di trasformare gli stracci in colore tripudiante e di mescolare l’oro con l’ottone.
Mi domando se ce ne sia ancora qualche traccia, oggi, dietro il fastidio con cui li guardiamo sulle nostre strade dello shopping e dell’happy hour.
Mara Seveglievich



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