Il prof. Marco Fazzini ci ha gentilmente concesso di pubblicare questo stralcio di intervista a John Akpata:
Quando hai iniziato a scrivere?
Ricordo distintamente che la prima volta che ho messo il mio nome su qualcosa è stato all’età di tre anni. Poi, a nove, scrissi una poesia per il compleanno della mamma, la stampai e gliela donai. Da giovane ho scritto poesie e canzoni composte sulla chitarra, e mi divertivo molto a scrivere lettere con una certa regolarità (in realtà erano dei racconti brevi) ad amici e fidanzate. È stato all’età di 26 anni che mi resi conto che se volevo fare lo scrittore professionista dovevo prenderla sul serio, e focalizzarmi sulla scrittura come fosse un lavoro invece di scrivere per piacere e divertimento. Da quel momento mi sono dedicato alla ricerca, alla scrittura e alla curatela con ambizioni professionali. Ho smesso di scrivere su esperienze personali e mi sono interessato a fatti sociali e politici che fungono da base per tutta la mia opera. Ho iniziato a dare spettacoli pubblici all’età di 31 anni, e questo ha alterato definitivamente il corso della mia vita.
E i tuoi genitori? Ti hanno incoraggiato o no nella tua carriera?
Durante la mia giovinezza mio padre mi teneva impegnato su fatti quotidiani e su questioni mondiali, mentre mia madre (che è una lettrice vorace) mi mostrava spesso articoli da giornali e riviste che trattavano di lotte durate una vita di scrittori e autori. Quando mi misi a studiare Storia e Letteratura Inglese all’Università, furono contenti dei miei studi e delle mie ambizioni. Quando poi iniziai a lavorare nel campo della poesia politica, e divenni esplicito contro il razzismo e le ingiustizie mondiali, entrambi i miei genitori risposero con una buona dose di cautela. Mio padre era preoccupato di una reazione politica eccessiva nei miei confronti, temendo la galera o l’omicidio di stato per mettermi a tacere. La mamma era invece più preoccupata per la mia stabilità economica, e per la diminuzione delle possibilità per un mutuo, per una moglie e per dei bambini.
Quali sono gli artisti o gli scrittori ai quali ti senti più vicino?
Sono quegli artisti, poeti e scrittori politicamente impegnati nella lotta per la libertà e l’auto-determinazione. Molti vennero alla luce durante il Movimento di Liberazione Africana e il Movimento per i Diritti Civili Americani. Se posso ricordarne alcuni direi: Aimé Cesaire, C.L.R. James, Walter Rodney, Franz Fanon, Marcus Garvey, e Hubert Harrison. E poeti come Linton Kwesi Johnson, Gil Scott Heron. E musicisti come Robert Nesta Marley, James Marshall Hendrix e John Winston Lennon: la loro musica risuona spesso nelle mie cuffie o nel mio appartamento.
Ispirato da queste persone, tento sempre di includere verità e politica nella mia opera, e frammentarle in un linguaggio che ognuno può capire con facilità. Spero che la mia poesia possa essere vista come parte di un progresso rivoluzionario del genere umano, e un piccolo contributo all’emancipazione di tutte le persone oppresse in ogni luogo e da ogni luogo.
Ma qual è l’origine di una poesia per te? Nasce da un ritmo, da una frase, da un messaggio preciso?
Per me si tratta di un’estrema reazione emotiva nei confronti del mondo che mi sta attorno. Sia che sia rabbia o dolore, gioia o felicità, tento di usare una mente logica per spiegare al pubblico le ragioni di queste mie reazioni. Il razzismo e la politica giocano un ruolo enorme in quel processo di stimolo. Tento di evocare un simile reazione nel pubblico, ma cerco anche di portare il dialogo in un luogo dove la mente logica può risolvere queste situazioni attraverso mezzi pacifici. La gente mi etichetta spesso come un “poeta politico” e non ho problemi con questo, ma la gente tralascia spesso il fatto che io sono una persona profondamente spirituale, uno che cerca di aiutare la gente a raggiungere pace nelle loro vite, aiutandoli ad articolare le questioni che li condizionano così severamente. Si spera che la gente sia innalzata ad un livello più alto di comprensione di quelle questioni che causano a molti di noi un gran dolore. Portare a loro un dialogo che possano usare in futuro per prevenire che quelle situazioni causino dei traumi in futuro. Quando recito una poesia, cerco di armare il pubblico psicologicamente ed emotivamente, come anche di esorcizzare le mie stesse frustrazioni.
(Marco Fazzini-John Akpata, febbraio 2011)